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Approfondimento Il Santuario
D.4. Il Santuario

Il Santuario della Madonna della Cintura o del Pilastrello nasconde tante storie diverse. Scopriamole qui.
D.4.1 - Il Pilastrello ad VI lapidem
L’incrocio tra la Valassina (via Sormani) e via Matteotti - Cooperazione si trova al sesto miglio (un miglio romano equivale a m 1478,70) della via consolare romana, che uscendo dalla antica Porta Comasina (in epoca romana denominata porta Cumana, sita all’incrocio dell’attuale via Broletto con via Cusani-via dell’Orso), nella direzione del Cardo Maximo, saliva diritta verso N fino alle porte della Valassina a Licinii Forum (Erba) dove incrociava la strada tra Lecco e Como.
Sull’incrocio Sormani-Matteotti l’antica via consolare incrociava (ed incrocia tuttora) un antico decumano della centuriazione romana, che da un lato portava a Cinisello, dall'altro al nucleo abitato di Cusano, 630 m più a est, sulle sponde del Seveso. La centuriazione è ancora perfettamente riconoscibile dall'orientamento dei viottoli, dei fossi, dei filari alberati nelle mappe dell'800. Da allora le infrastrutture e l’edificazione residenziale hanno profondamente alterato la fisionomia del territorio; tuttavia numerose sono le tracce che ancora ci ricordano quella trama.
Oggi gli studiosi convengono che le denominazioni “Pilastrello” e similari indicano gli antichi miliari romani.
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Sulle strade di epoca romana di una certa importanza, oltre alle stazioni intermedie, il percorso era scandito ancor più puntualmente dai numerosi miliari collocati lungo il tracciato. Si trattava di cippi in pietra, solitamente a forma di colonna, distanziati tra di loro di un miglio e collocati ai margini della strada, con riportate delle iscrizioni relative alla distanza rispetto all’inizio della via o alla località più vicina. Il testo si caratterizzava per la presenza di un numero in cifre romane, scritto in caratteri piuttosto grandi, preceduto o seguito dal nome del magistrato che aveva fatto costruire o restaurare la strada presso la quale era stata eretta la pietra miliare. In genere, le dimensioni di questi miliari erano ragguardevoli: potevano arrivare a un diametro di un metro e mezzo per un’altezza di oltre due metri. In caso di tratti pianeggianti e in assenza di piante di alto fusto ai margini della strada, giunti all’altezza di un miliario era possibile scorgere in lontananza sia quello precedente sia il successivo, cosa che infondeva una certa tranquillità ai viaggiatori perché permetteva loro di leggere direttamente le distanze crescenti, se ci si stava allontanando dalla città terminale, o decrescenti nel caso di avvicinamento e di fare una stima indicativa del tempo richiesto per completare le varie tappe del percorso. [tratto da S. Pirotta – Le vie Romane nella Provincia di Milano: le Cascine Pilastro e le Chiese Campestri del Pilastrello – pubblicato in Storia in Martesana, n°7, 2013]
I miliari, soprattutto quelli in prossimità di incroci, divennero presto luoghi di sosta e di incontro, come è facile intuire. Secondo gli studiosi, a partire dal IV-V sec. d.C. si cominciò a decorare le pietre miliari con immagini della Madonna col Bambino, e in seguito di santi, evidentemente per chiedere la protezione sui viandanti. Divennero così luoghi di devozione, dove si costruirono anche vere e proprie cappelle o oratori.
Nel caso di Cusano questa è con ogni probabilità l’origine del Santuario. Fin dai più antichi atti delle visite pastorali si registra infatti la denominazione di Pilastrello.
Il frate gesuita Padre Leonetto Chiavone, nella sua relazione di visita pastorale a Cusano del 1568, descrive "un luogo rotondo detto S. Maria del Pilastrello": si tratta quindi di oratorio sorto in corrispondenza della colonna miliare.
Anche S. Carlo Borromeo, nella sua visita del 1579 descrive la "chiesa campestre di S. Maria del Pilastrello". E questa denominazione resterà quella ufficiale anche dopo che ad essa si era affiancata quella di Madonna della Cintura poco dopo la metà del XVII secolo.
Nel 1984, Ambrogio Palestra, prevosto a Milano, studioso di storia, archeologo, a lungo direttore dell’Archivio Storico Diocesano, pubblica lo studio “Strade Romane nella Lombardia ambrosiana” nel quale anche la Valassina è classificata come via consolare romana, ricostruendone l’antico percorso e proponendo uno schema di collocazione dei 26 miliarii.
Cusano è al sesto miglio, con la denominazione di origine certificata dai documenti di cui sopra. Inoltre nella carta di Milano e dintorni del 1600, opera dell’Ing. Gio. Batta Clarici, sulla Valassina, discosto da Cusano, è riportato un nucleo denominato Pilastrello.
Al quinto miglio, a Bresso, troviamo un’altra chiesetta dedicata alla Madonna del Pilastrello, per la quale val la pena ricordare una curiosità: nel 1567, nel corso di una visita pastorale, il delegato di S. Carlo, constatato lo stato di grave degrado della chiesetta, ordinò che l’altare fosse rimosso (cioè non è più una chiesa) e che venisse venduto il Pilastrello per pagare le riparazioni della chiesa parrocchiale. Non sappiamo se lo rimossero allora o in altra occasione, ma certamente all’epoca c’era ancora. Da sottolineare inoltre che in quella relazione la chiesa è indicata come Pilastrello Santa Maria in Strata; quest’ultima espressione nei documenti antichi è quasi sempre riferita a una via consolare.
Al II miglio della via, è documentata una Cascina del Pilastrello, nei pressi dell’attuale via Lario, nelle vicinanze della Chiesa monastica di S. Maria della Fontana. Troviamo la collocazione della Cascina Pilastrello su diverse carte topografiche di Milano stampate dall’ultimo quarto del ‘700 in poi.

La colonna miliare romana “riciclata” per la formazione della navata nella Basilica di Agliate.
Infine segnaliamo che ad Agliate, a nord di Carate, nella Basilica Romana, risalente ai primi anni del secondo millennio, tra le colonne della navata, tutte disomogenee e quindi di recupero, c’è una colonna miliare: essa riporta inciso il miglio (II) e ben tre iscrizioni, indice del fatto che fu usata almeno tre volte. La prima incisione, immediatamente sopra al numero del miglio, è dedicata all’imperatore d’Oriente Giuliano l’Apostata e consiste in un semplice buon augurio. Risale agli anni intorno al 360 dC ed è la più antica. La provenienza della colonna è incerta, dato che il secondo miglio della Valassina è piuttosto lontano; inoltre Agliate era un punto nodale della viabilità dei primi secoli dopo Cristo: essendo in prossimità di un facile guado sul Lambro, lì confluivano, oltre alla Valassina, anche le strade da Monza, per Lecco e per Como. Quindi poteva essere stata presa da una di queste.
Questa strada [la Valassina - NdR] che era stata ignorata totalmente e, in parte, confusa con la Comasina, risulta la più ricca di attestazioni in pietre miliari: Cascina del Pilastrello di via Lario (ad II lapidem), S. Maria del Pilastrello in Strata presso Bresso (ad V lapidem), S. Maria del Pilastrello presso Cusano (ad VI lapidem), Nova (ad IX lapidem), S. Maria del Pilastrello presso Desio (ad X e ad XI lapidem), Cascina Mié di Giussano (ad XVIII lapidem), Pilastrello a sud della Cascina Privo presso Cremnago (ad XX lapidem), Pilastrello a nord del Segrino. [tratto da A. Palestra, Strade Romane nella Lombardia Ambrosiana, 1984].

La Capellina a ricordo dell’oratorio del Pilastrello prima che venisse inglobata nell’allargamento delle due navate laterali. Senza data ma stimabile 1935
La cappellina che troviamo oggi sul retro del santuario (a est) risalirebbe al 1452, secondo V. Ansaloni nel suo libretto sulla storia di Cusano, informazione però che non ha trovato riscontro in ricerche successive. Secondo altri essa sarebbe stata eretta da Paolo Cusani, senza però precisarne la data. L’edificazione del santuario (1640-42) ha mantenuto questa cappellina a memoria dell’antica edicola.

La cappella come appare oggi

L’immagine oggi presente nella cappella
L'immagine di oggi è del 2018 e riproduce a stampa su un pannello in PVC un affresco trovato in una cappella privata a Premia (Val d'Ossola) che ritrae la Madonna col Bambino, S. Rocco e S. Sebastiano, come nell'affresco originale (citato nella relazione di visita pastorale del M.R. Don Baltasar Cepolla del 1597), ormai cancellato da qualche decennio. Dato che entrambi i santi sono venerati come protettori dalla peste, si può ipotizzare che l'affresco originale risalisse all'epoca successiva alla cosiddetta peste di S. Carlo, che flagellò il milanese nel 1576-77.
S. Rocco è tradizionalmente raffigurato con il bastone e la mantellina per proteggersi dalla pioggia, attrezzature tipiche del pellegrino (dalla Francia compì il pellegrinaggio a Roma durante l'infuriare della peste del 1367-68, dedicandosi alla cura dei malati), le piaghe della peste (nel ritorno da Roma contrasse la malattia, ma ne guarì) ed il cane (gli portava tutti i giorni da mangiare, quando Rocco in attesa della guarigione si isolò in una grotta lungo il Trebbia). S. Rocco è tradizionalmente invocato come protettore dei pellegrini e degli appestati.

S. Rocco dipinto da Tommaso Pombioli
Primo quarto sec XVII
Museo Civico di Crema

S. Sebastiano dipinto da Botticelli – 1473
Gemäldegalerie - Berlino
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S. Sebastiano visse nella seconda metà del III sec dC. Originario di Narbonne (Francia meridionale), era un militare. Studiò a Milano e poi a Roma e divenne ufficiale della guardia imperiale incaricata della difesa dell’imperatore Diocleziano. Cristiano praticante, si prodigò a favore dei perseguitati, delle vedove e dei poveri. La tradizione gli attribuisce anche il miracolo di aver ridato la parola ad una donna muta da anni. Il suo proselitismo anche presso la corte imperiale causò il suo arresto e la conseguente condanna a morte da parte di Diocleziano in persona. Trafitto da centinaia di frecce fu abbandonato come morto. Soccorso da una donna (poi venerata come S. Irene) fu curato e guarì. Non pago delle sofferenze patite, affrontò di nuovo Diocleziano in pubblico rimproverandogli le persecuzioni contro i cristiani. La condanna a morte questa volta fu eseguita mediante flagellazione (288 dC; Sebastiano era poco più che trentenne). Il cadavere fu gettato nella Cloaca Maxima, ma il corpo si arenò tra gli sterpi prima di giungere al Tevere. Fu così recuperato e sepolto in una catacomba, dove i fedeli poterono venerarlo come martire. È considerato tra i protettori dalla peste probabilmente perché, nella tradizione popolare, le ferite da freccia assomigliano alle piaghe della peste.
D.4.2 - Il Santuario della Madonna della Cintura

Sito in piazza XXV Aprile, risale al 1642, nel luogo occupato precedentemente da un piccolo oratorio dedicato a S. Maria del Pilastrello (vedi), dove i viandanti erano soliti sostare.
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L’esistenza di questo antico oratorio, molto vecchio, quasi cadente, è testimoniata dai documenti relativi alle Visite Pastorali del 1500.

1910
Però ancora prima il “Liber Notitiae Sanctorum Mediolanii” risalente al 1280 circa, nel quale si narra dei santi venerati nella diocesi di Milano e delle chiese ad essi dedicate, indica per Cusano l’esistenza, oltre alla parrocchiale di S. Martino, anche di una chiesa dedicata a S. Filippo e S. Giacomo. Non sappiamo dove fosse questa chiesa, ma un documento di fine ‘600 riporta la concessione di una speciale indulgenza a coloro che avessero visitato l’oratorio della Madonna del Pilastrello nei giorni delle feste di S. Giacomo e S. Filippo. Di più: la chiesa è detta “Oratorium B.V.M. et SS. Jacobi et Philippi”. Possiamo ritenere che l’oratorio citato nei documenti di cui sopra fosse stato eretto al posto della antica chiesetta manzionata nel 1280; se invece vogliamo dubitarne, dobbiamo almeno ritenere che quando l’oratorio fu eretto sia stato dedicato, oltre che alla Madonna, anche ai S. Filippo e Giacomo come segno di una devozione antica.

Cartolina viaggiata nel 1938
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Al 1568 risale la prima descrizione dell’oratorio. Il visitatore è Padre Leonetto Clivono e riferisce di un luogo rotondo denominato Santa Maria del Pilastrello, più in basso del piano strada, con la volta di pietra e finestre; l’accesso è da un portico con sedili in pietra situato verso la strada di Milano. Dietro l’oratorio, una vigna di cinque pertiche della parrocchia. Il tutto è in pessime condizioni e non più usato da tempo per le funzioni religiose. Qui di seguito il testo.
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Nel suddetto giorno egli visitò un certo luogo rotondo detto S.ta Maria del Pilastrello, il quale davanti ha un portico con sedili di mattoni e nel mezzo, simile ad un posto di rifugio, una cappelletta alta circa cinque braccia con delle colonne di mattoni per sostegno; il portico è aperto giorno e notte. In particolare il su menzionato luogo rotondo ha una scala di pietra che scende dal portico in una specie di cantina o scurolo, con la volta di pietre, con più finestre; la porta di uscita è di fronte alla sopraddetta porta di ingresso, mentre la porta di entrata al portico è prospiciente la strada di Milano. La porta dove una volta c'era l'uscita, è volta verso una vigna; sopra il detto scurolo vi sono tutto intorno dei vani dell'apparenza di molti avelli; sopra i vani vi è come un solaio coperto di tegole, e tutte queste cose furono fatte un tempo con le elemosine da un qualche prete ora defunto. Il luogo, che ora è abbandonato, talora fu dimora di briganti; il parroco di Cusano disse che, una. volta, nello scurolo fu trovato un cadavere in un cassone ivi allora esistente, che al presente non c'è più; attualmente c'è ancora un altare, al quale un tempo si celebrava, ed attorno allo scurolo ci sono delle cappellette. Non ha reddito e sembra che il parroco dovesse provvedersi (NdR. per la chiesa parrocchiale?) di pietre della chiesa più vicina (NdR l'oratorio?), quantunque in fondo alle suddette due scale o discese (NdR. però più sopra ha parlato di una sola) le porte siano chiuse a chiave ed il campanile sia senza campana . C'è anche un pozzo. Sopra la porta della scala di fronte al portico c'è una immagine della Beatissima Vergine Maria volta verso il portico. All'edificio è connessa la vigna sopraddetta di circa cinque pertiche, ed il tutto spetta alla parrocchia di Cusano; si dice che il parroco di Cusano voglia vendere le pietre a beneficio della chiesa parrocchiale; è da tener presente che l'edificio è nuovo e non si crede che a farlo siano bastati 500 aurei. Il detto luogo dista da Cusano un quarto di miglio e si trova sulla strada pubblica che da Desio porta a Milano.

La prima pagina della relazione di Padre Leonetto Clivono, la cui traduzione è riportata sopra.
Immagine e traduzione tratti dal Bollettino della Biblioteca F. Maraspin del dicembre 1972.

Nel 1579 San Carlo Borromeo, in visita apostolica a Cusano, ordina addirittura di abbattere l’oratorio ormai fatiscente e destinare le pietre e i materiali ricavati alla riparazione della chiesa parrocchiale, sempre minacciata dal Seveso.
Alla relazione è allagato lo schizzo della cappella.
In una nota senza data, ma presumibilmente di qualche anno dopo, un altro visitatore diocesano conferma che “l’oratorio fu distrutto in parte, secondo gli ordini dell’Ill.mo Carlo e i materiali sono stati in parte riutilizzati nella chiesa parrocchiale e in parte venduti per la manutenzione della suddetta chiesa”.
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L’oratorio così sopravvive all’ordine di demolizione, sempre frequentato dai fedeli, al punto da rendersi necessaria una nuova costruzione.
Nel 1640 si dà avvio alla costruzione di una nuova chiesa al posto dell’oratorio, occupando parte del terreno che il Parroco cede alla Comunità di Cusano; nel 1642 è aperta al culto la parte centrale dell’edificio ancor oggi esistente.

Gli storici quattro platani dietro il Santuario, vincolati dalla Soprintendenza come bene paesaggistico fin dal 1930. Tradizionalmente si facevano risalire all’inizio dell’800. L’ultimo, ormani a fine vita, fu abbattuato nel 1984.


L’intitolazione rimane la stessa, cioè Beata Vergine del Pilastrello, tuttavia se ne aggiunge un’altra, non ufficialmente registrata, quando nella nicchia sopra l’altare maggiore fu posata la statua in legno dorato e decorato della Madonna della Cintura, esempio di fine arte barocca, che ancora oggi possiamo ammirare. Essa fu portata a Cusano intorno al 1657. Infatti i documenti della parrocchia certificano l’esistenza, a partire dal 1658, della confraternita dei Cinturati, la quale non avrebbe avuto modo di esistere se non vi fosse stata la Madonna della Cintura. Con ogni probabilità, insieme alla statua, arrivarono anche il grande Crocifisso in legno policromo alto m 2,80 e le statue di Sant’Antonio da Padova e di San Francesco che riceve le stimmate.
Sia per la costruzione della Chiesa, sia per la statua della Madonna, si ipotizza un contributo significativo degli Omodei. Attorno alla metà del ‘600 la famiglia era infatti molto attiva a Cusano con l’ampliamento del Palazzo e la sua decorazione con affreschi, per i quali venivano chiamati i migliori artisti dell’epoca. Il munifico esponente della famiglia era all’epoca il Card. Luigi Alessandro (1608-1685), i cui investimenti in opere d’arte a Milano, Cusano e Roma contribuirono non poco al prestigio del casato.

È sempre di questo periodo la vicenda dei 43 gelsi piantati “lungo la strada che va dal ponte del fiume Seveso alla Chiesa della Beatissima Vergine, vicino alla via pubblica che viene da Milano e volge al borgo di Desio”. L’atto notarile conservato nell’archivio della Parrocchia di Cusano registra che il 24 aprile 1684 “il console e gli uomini di Cusano” cedono al Marchese di Castel Rodriguez Carlo II Omodei i 43 gelsi novelli in cambio di 100 lire imperiali l’anno in perpetuo, cifra da spendersi per la manutenzione del Santuario. Gli alberi, già estirpati, dopo questo atto, che ne trasferisce legalmente la proprietà, potranno essere ripianatati nelle terre del Marchese.
In occasione dell’Anno Santo 1900 furono collocate sulla sommità della facciata quattro statue in pietra arenaria, raffiguranti sul lato sinistro S. Agostino, sul lato destro S. Ambrogio e al centro il trionfo della croce sostenuta dagli angeli, e 2 statue in apposite nicchie al centro della facciata che raffigurano S. Giuseppe con Gesù bambino (a sinistra) e S. Pietro Apostolo (a destra), quest’ultime due dono di Pietro Aliprandi.
Nel 1925-26 ad opera del parroco don Antonio Seveso fu costruito il campanile con 3 campane sul lato sinistro dell’edificio.

Nel 1958, in occasione del primo centenario delle Apparizioni di Lourdes, il parroco don Carlo Ghianda ampliò la chiesa costruendo le due navate laterali e sacrificando così il campanile.
Il pronao a due colonne, che oggi vediamo davanti alla porta principale, fu spostato qui dalla vecchia Chiesa Parrocchiale di Cusano, demolita nel 1960.
In seguito (fine anni ’70? Fotografie datate 1976 ritraggono la facciata ancora con le statue) furono rimosse le statue sulla sommità della facciata in quanto pericolanti. Si poterono invece conservate quelle poste al centro della facciata (oggi ancora esistenti).
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D.4.3 – Perché Madonna della Cintura?
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È questa una domanda che spesso ricorre da parte dei cusanesi meno distratti. Ovviamente è perché la statua tiene con la mano sinistra una cintura. Sì, va bene, ma cosa significa la cintura? Quando da ragazzino iniziai anch’io a fare queste domande, mi si rispose che la cintura era la fascia che un tempo le donne gravide utilizzavano per sostenere il ventre quando, nelle ultime settimane, risultava troppo pesante per la mamma. La cintura sciolta significava la fine della gravidanza, quindi la maternità: la Madonna della Cintura era quindi la Madonna delle mamme.
Sentii questo racconto anche in seguito, una volta cresciuto. E anche a me capitò di ripeterlo a chi me lo chiedeva. Sentii anche altri racconti, altrettanto fantasiosi, da parte di qualcuno che scambiava la cintura per lo scapolare che portano i fedeli della Madonna del Carmine, arrivando perfino a sostenere che la devozione alla Madonna della Cintura (e quindi anche le relative Confraternite) era solo un surrogato della originale devozione alla Madonna del Monte Carmelo.
Per fortuna oggi non è poi così difficile informarsi e soprattutto grazie ad Andrea Spinelli, autore di studi accurati sul nostro Santuario, che ha condiviso in un libretto pubblicato qualche anno fa, abbiamo scoperto che si tratta della Cintura di S, Monica, la mamma di S. Agostino. Essa, rimasta vedova, chiese alla Madonna quale era l’abbigliamento modesto ma dignitoso adatto alla sua condizione. La Madonna le apparve in sogno insieme a S. Monica. Ma leggiamo il seguito in questo manualetto ottocentesco, intitolato Manuale di Filotea, opera di Giuseppe Riva (1803-1876), sacerdote milanese, penitenziere del Duomo.

Mi dicono che questo libretto devozionale era molto diffuso in passato; qualcuno addirittura ne aveva trovato una copia tra le cose dei nonni o bisnonni.
Questa tradizione della Cintura di S. Monica, simbolo di umiltà e penitenza, è quella a cui si ispirano tutte le Confraternite dei Cinturati diffuse in Italia e non solo.
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D.4.4. -La vera storia della Statua della Madonna della Cintura
In questo testo, già pubblicato su Facebook il 7 ottobre 2017, Franco Casati ci racconta quale è la tradizione popolare a proposito dell’arrivo a Cusano della statua della Madonna della Cintura. Lo ringraziamo per la gentile concessione.

Questa è la vera storia della nostra Madonna della Cintura, una vecchia storia di Cusano, narrata dai nonni ai nipotini, nelle serate d’inverno, accanto alla stufa o al camino, magari con il piatto delle castagne sulle ginocchia.
Chiedete pure a tutti i Cusanesi, specialmente a quelli più in là con gli anni, e tutti ve la confermeranno come vera e realmente accaduta! Certo potrete anche trovare qualche piccola differenza tra un racconto e l’altro, infatti è una storia molto vecchia e, nelle storie popolari molto vecchie, è facile trovare interpretazioni un poco diverse ma, in fondo, avrete modo di verificare che la sostanza è sempre e comunque la stessa.
E questa è la cosa importante.
Mi rivedo ancora, con la faccia meravigliata e gli occhi sgranati, assieme ai fratelli e cugini, seduti in cerchio, attorno alla sedia del nonno, ad ascoltare questa delicata e semplice vicenda, che tanto sa di poesia e che tanto è cara al cuore dei Cusanesi.
Eccola, tale e quale io l’ho sentita.
La fede dei nostri compaesani aveva costruito in paese, tanti e tanti anni fa, forse in ringraziamento di qualche grazia collettiva (era il tempo della peste di manzoniana memoria), una piccola Chiesa o piccolo Santuario, da dedicare al culto di un particolare Santo Protettore. La Chiesetta sorse su un più antico Oratorio dedicato alla Madonna del Pilastrello, proprio là, in fondo al Paese, nei pressi della strada che, da Milano, conduceva ( e conduce tuttora) a Desio ed alla Brianza, ed il Pilastrello che compare accanto al nome della Madonna lì venerata, molto probabilmente era proprio una pietra miliare di questa strada.
Terminata con tanti sacrifici la costruzione della Chiesetta, si pensò subito ad ordinare la statua del Santo, da collocare sopra l’Altare Maggiore. La scelta cadde su un noto artista dell’epoca, di provenienza, almeno così si dice, spagnola. Si era infatti nel periodo della dominazione spagnola in Lombardia, e qui da noi vivevano non solo politici e militari spagnoli, ma anche artisti provenienti da quella terra.
Possiamo solo immaginare l’ansia e l’aspettativa dei nostri nonni di allora, per quell’opera d’arte che doveva essere il giusto completamento delle loro aspirazioni e dei loro sacrifici: veder collocata là, nel posto più bello, alla vista di tutti, proprio sopra il Tabernacolo del Santissimo, una vera e ricca opera d’arte! E tutto a gloria di quel famoso Protettore che tanto aveva fatto per il Paese.
E possiamo anche immaginare cosa successe in Paese il giorno fatidico dell’arrivo della tanto sospirata statua. Io immagino la festa dei miei compaesani: le strade e le case del Paese addobbate a festa, la gente vestita con gli abiti migliori, la musica, le solenni cerimonie religiose preparate per l’arrivo della statua, ed il piccolo Santuario illuminato da mille ceri e avvolto da una fitta nuvola di incenso proveniente dai turiboli forsennatamente agitati dai chierichetti tirati a lucido. Tutto il Paese è in festa e già si vede, sulla strada che viene da Milano, arrivare il carro con la grande cassa contenente la statua.
Dietro al carro destinato a Cusano tuttavia c’è un altro carro, anche questo con una cassa uguale alla nostra. È il carro destinato ad un altro paese del vicinato, forse Muggiò o Desio oppure chissà, un altro paese che pure aveva ordinato una statua al famoso artista e che, in quell’istante medesimo è festosamente in attesa della sua statua.
Arrivano dunque alla Chiesetta i due carri e, mentre il nostro gira per entrare in Paese, l’altro carro prosegue, affrettando il passo verso la sua meta. Il nostro carro arriva finalmente nella piccola piazza antistante la Chiesa (è l’attuale piazza XXV Aprile), i cavalli vengono staccati e, con l’aiuto di tutti si procede, con grande cautela, a scaricare la cassa.
Il Prevosto della Pieve, invitato per l’occasione, esce dal Santuario, attorniato da tutti i sacerdoti del circondario e, tra il silenzio della folla, benedice la cassa ed invita tutti i presenti ad unirsi in un canto di ringraziamento. Dalla folla nasce spontaneo il bellissimo canto del “Te Deum Laudamus” che il nostro Sant’Ambrogio aveva composto tanti secoli prima. Certo i nostri nonni forse non erano molto intonati, ma io penso che ce la mettessero tutta e che altro canto non potesse essere più bello alle orecchie di Nostro Signore.
Terminato il canto arriva finalmente il momento atteso da tutti: si schiodi la cassa affinché tutta la popolazione possa ammirare finalmente la sua statua. Si leva completamente il coperchio, si tolgono le imbottiture e le protezioni interne, ed ecco finalmente la statua, lì, alla vista di tutti.
Da dietro si spinge e si grida: “Come l’è?.....come l’è?.......l’è bella?....l’è bella?” Ma dal davanti non arriva alcuna risposta, tutti si guardano in faccia meravigliati ed anche un poco delusi ed increduli. La statua che è lì davanti ai loro occhi non è quella ordinata, non è quella attesa, non è quella per la quale è stato preparato il posto nel Santuario! Eppure sulla cassa c’è proprio scritto “Cusano sul Seveso”. Ma è comunque indubbio che quella non è la statua di un Santo. Cusano aspettava la statua del suo Santo Protettore, invece quella nella cassa è innegabilmente una Madonna, una Madonna con la veste damascata d’oro, con il Bambino in braccio ed una cintura stretta nella mano sinistra.
Ora la voce circola. “L’è minga la nostra statua….disen che l’è on’altra” Qualcuno grida anche: “Num voeuromm la nostra statua……questa la voeuromm minga…..in dove l’è la nostra statua?” Tra la confusione generale, nella testa del Parroco si fa strada la soluzione dell’enigma: l’altro carro! Qualcuno ha invertito le scritte e, ai due paesi, sono andate le statue sbagliate.
Si rimette con cura la statua nella cassa, la si carica di nuovo sul carro e via verso l’altro paese a chiarire l’equivoco. Per sera Cusano ha la sua statua, quella giusta. Il Santo Protettore finalmente occupa il posto che il Paese gli ha preparato!
Certo per mancanza di tempo si è dovuto rinunciare alla solenne processione per le vie del Paese, ma tutto è solo rimandato di una domenica. La gente sfoga la sua gioia sulle aie e nelle corti dalle porte riccamente addobbate, tra canti e balli e, perché no, anche con grandi bevute “de vin della ciavetta”, tenuto in serbo per l’occasione. In fin dei conti tutto si è risolto per il meglio anzi, invece di un giorno di festa, se ne prospettano addirittura due! È ormai notte fonda quando il Paese va finalmente a dormire e, l’unica luce che ancora brilla, è quella dei ceri rimasti accesi davanti al Santo Protettore, nella Chiesetta. Passata la notte arriva l’alba, ed io penso che, quella mattina, più di una bestia abbia avuto modo di lamentarsi del fatto che il padrone non si decideva a farsi vivo nella stalla. Ma, se Dio vuole, la vita riprende per tutto il Paese, la festa è finita, ed il duro lavoro dei campi riprende in pieno. Anche la prima donnetta si affaccia all’uscio della Chiesetta per la prima preghiera al Signore e per posare un fiore davanti alla statua che finalmente proteggerà lei e tutto il Paese. La donna alza gli occhi verso l’altare, ma la nicchia è vuota, indiscutibilmente vuota! Il Santo non c’è più. Qualcuno ha rubato la statua! La donna esce dalla Chiesa gridando la notizia, la voce corre ed il Paese è di nuovo in subbuglio:
”Hann robaa la statua!”
Certo il più maltrattato sarà stato il povero sacrestano che, invece di custodire la Chiesa, è andato a smaltire la sbornia sotto gli alberi dietro il campanile! Fatto sta che colpa sì o colpa no, la statua non c’è più! Si pensa subito di mandare a chiamare il Console del Paese, di andare dal Governatore in persona, perché vengano sguinzagliate le guardie alla ricerca dei ladri:
”Ma chi l’è che se fida pù di spagnoeul?”
“Forse el saria mej andà dall’Arcivescov!”
“Ma l’Arcivescov el gh’ha minga de soldaa e, inscì, còssa el poo faga ai lader”
“Lassee stà i soldaa, dopo tutt quell che hann faa, la gent la gh’ha paura di soldaa!”
Tutti dicono la loro, chi vuole questo, chi vuole quello ma, intanto, il fatto è che la statua non c’è più!
Nella confusione totale che regna nella piazza, nessuno si è accorto di un bambino che, da un bel po’ di tempo, proprio là in fondo, verso il Paese, sta con il naso all’insù e con lo sguardo rivolto alla chioma di un grande albero, tra le cui fronde, c’è qualche cosa che non riesce a vedere bene. È da tanto che lui strattona la gonna della mamma per mostrarle quello che ha scoperto, ma la mamma non lo sente neppure, tanto è presa a discutere della faccenda con le altre donne accorse in piazza. Finalmente però, forse per uno strattone più forte degli altri, questa benedetta mamma si china verso di lui, ed il bambino può finalmente indicarle, là in alto, tra le foglie, la bella Signora dal vestito che luccica ai raggi del sole e che porta un Bambino in braccio.
Sì, è proprio la statua della Madonna che i Cusanesi non hanno voluto il giorno prima e che ora riappare per miracolo, non sopra l’altare, ma lì vicino, sopra un albero, come a dire alla gente: “Se mi volete dovete portarmi voi nella Chiesa!”
La Madonna aveva scelto il suo Paese, stava ora ai Cusanesi scegliere! Da più parti si grida al miracolo, ma il Parroco zittisce subito la folla: ”Pian, pian cont i miracol. E se invece el fudess domà on scherz (veramente lui disse “delitto”, ma noi trascriviamo “scherzo”) de quej dell’alter paes? Forse s’hinn pentii de avè scambiaa la statua ier e sta nott hinn vegnuu a portalla via”.
Certo non è ipotesi da scartare! Una delegazione parte in tutta furia per il paese in questione con le più sacrosante intenzioni di far valere le ragioni di Cusano. Il risultato è solo quello di trovare un altro paese in fermento ed in subbuglio, tale e quale il nostro! La verità è oramai inconfutabile: non sono stati i Paesi a scegliersi i loro Protettori, bensì sono stati questi ultimi a scegliersi il Paese da proteggere. Capìta questa importante verità, i nostri avi di buon grado accompagnarono la Madonna nel loro Santuario, e la posero là ove la possono vedere ancora adesso i loro nipoti.
Questa è proprio la vera storia della “nostra” Madonna della Cintura, da anni ed anni venerata nel “nostro” Santuario e tanto cara a generazioni e generazioni di Cusanesi. Qualcuno certo potrà dire: ma questa è storia o solo leggenda? Chi lo sa?! Per noi di Cusano è storia vera, perché così ci è stata raccontata dai nostri nonni. E tanto ci basta.
Del resto poi chi potrà mai definire esattamente i confini tra storia e leggenda. Si leggono talmente tante di quelle verità “non vere”! Io l’ho sentita raccontare tante volte da bambino e, così come l’ho sentita, la voglio riproporre a tutti coloro che la vita vertiginosa del giorno d’oggi, non ha ancora reso del tutto cinici, scettici ed indifferenti a tutto. A tutti coloro insomma che, giovani o vecchi che siano, conservano ancora nel loro cuore, un angolo, anche piccolo, per accogliere storie come questa che, se non altro, sanno tanto di poesia!
D.4.5 – Le tracce della centuriazione Romana

Tracce delle centuriazione romana nel Nord Milano
Diversi studiosi nel corso della seconda metà del ‘900 hanno ritenuto di individuare tracce della centuriazione romana anche nel Nord Milano e in Brianza sulla base della analisi di allineamenti di strade, viottoli di campagna, fossi, filari di alberi ancora riscontrabili e delle conoscenze relative agli insediamenti di epoca romana. La struttura regolare di questi tracciati è ancora evidente nei viottoli e fossi nei campi della nostra zona sulle mappe ottocentesche e sulle fotografie aeree degli anni 50, prima che le infrastrutture (strade, autostrade, ferrovie) ne alterassero pesantemente la fisionomia, pur senza cancellarle del tutto.
La centuriazione, o limitatio in latino, era la pratica con cui i romani impostavano gli assi viari principali di una nuova colonia o suddividevano il territorio agricolo in lotti regolari per assegnarne porzioni ai coloni. Nel caso di fondazioni di nuovi villaggi, si tracciavano i due assi principali tra loro ortogonali, identificati come cardo e decumano massimo; parallele ad essi le altre strade a formare quadri con circa 700 m di lato. Ulteriori divisioni interne per le strade minori. Lo stesso procedimento era usato in campagna, dove le divisioni principali erano vere e proprie strade o viottoli, mentre quelle minori potevano essere anche solo confini.
I lotti di terreno coltivabile venivano assegnati sia alle popolazioni già presenti in zona (gli sconfitti) sia a soldati congedati o a nuovi coloni affluiti da altre zone dell’impero. Raramente un riquadro principale era concesso ad una sola persona, più comunemente era suddiviso in molti sub-lotti, anche fino a cento, dipendendo dalla qualità del terreno e dalle diverse fasi dell’espansione del dominio di Roma.
Da rilavare inoltre che non sempre veniva applicata la creazione di maglie quadrangolari regolari: a volte ci si limitava a definire degli allineamenti che consentissero la tracciatura di vie di accesso ai poderi, oppure lo scavo di fossi di irrigazione, o la piantumazione di cortine di alberi frangivento.

Qui vediamo l’esito dello studio riportato in Storia di Monza e della Brianza – l’arte dall’età romana al Rinascimento – Le vie a occidente di Monza - di Caramel e Mirabella Roberti.
In particolare si noti l’area tra Cusano, Paderno, Desio, Nova, Muggiò, Cinisello.

In questa, che è la prima mappa di Cusano, ricostruita unendo le 6 tavole del Catasto Teresiano (rilievi del 1721), sono molto evidenti gli allineamenti orizzontali dei diversi poderi e delle strade. Oltre alla Valassina, approssimativamente in direzione nord-sud, le altre vie (o viottoli) sono anch’esse parallele. Al centro l’asse delle vie odierne Matteotti e Cooperazione, la via principale che collegava “la Madonna” all’abitato e dall’altro lato portava a Cinisello; a nord, al limite del territorio comunale, la strada vicinale Bovatera, oggi via Alessandrina, che arriva diritta fin quasi a Monza; a sud la strada vicinale denominata di S. Giacomo a ovest della Valassina e del Perseghino a est, oggi all’incirca via Marconi e via Unione.

Tracciati regolari sono ben individuati nella mappa degli Astronomi di Brera (fine ‘700) in tutta l’area attorno a Cusano. Sorprende anche la “regolarità” con cui sono distribuiti i centri abitati lungo il Seveso. Facile ipotizzare che fossero all’estremità di decumani ben definiti.

Anche questa mappa del 1836, opera del noto cartografo Giovanni Brenna, mostra chiaramente l’allineamento delle vie e dei viottoli nei campi a nord di Cusano.

Ancora nel 1975 (ortofoto di Regione Lombardia) la fotografia aerea mostra l’allineamento degli appezzamenti agricoli superstiti nella nostra zona prima della costruzione della Tangenziale Nord.


Sentieri, fossi, filari di pioppi: questi allineamenti sono ancora visibili nelle aree del Parco del Grugnotorto. Oltre che alla costruzione di infrastrutture viarie, la loro significativa riduzione se non scomparsa tra ‘800 e primo ‘900 è stata causata anche dalla necessità di “allargare” i poderi per facilitare il lavoro delle macchine.
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Altri studiosi, pur riconoscendo che tali allineamenti, mantenutisi per secoli e millenni, non possono essere casuali ma risultano da un disegno preciso, sottolineano che essi possono essere stati creati in epoca successiva a quella romana. Si pensi ad esempio alle bonifiche medioevali o rinascimentali o a quelle novecentesche. L’ipotesi della centuriazione andrebbe rafforzata da ritrovamenti archeologici associati alla “maglia ortogonale” e/o da toponimi legati allo sfruttamento agricolo.

Per la nostra zona, ancora oggi sono riconoscibili alcuni allineamenti stradali
(mappa elaborata su Google Maps).
Si evidenzia il cardo principale corrispondente all’asse di Via Libertà, via Risorgimento a Cinisello. Dopo S. Eusebio e la tangenziale è ormai frantumato dagli insediamenti industriali.
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Per i decumani, oltre ai primi due in alto che corrono tra Paderno e Cinisello, sono particolarmente interessanti per noi i due inferiori.
Il primo è l’asse di via Alessandrina (il terzo dall’alto) che ancora oggi arriva fin nei pressi di S. Fruttuoso alle porte di Monza. Questo viale, nel tratto a est della Valassina fu aperto solo negli anni ’90, ma da sempre era un viottolo nei campi, una “strada vicinale”, come definita nei documenti del Comune, denominata via Bovatera. Il nome si spiega con la sua destinazione: Cassina Bovati, uno dei due nuclei abitati che negli anni venti del ‘900 costituirono il Comune di S. Fruttuoso (oggi inglobato in Monza). Dai documenti noti, questo nucleo abitato nel corso dei secoli ebbe vari nomi come Boè, Bovati, Bovario, ma tutti con un’unica evidente radice. La prima testimonianza nota risale al III sec dC e lo cita come Forum Bovarium: si considera quindi fosse un Castra Bovarum, cioè un accampamento destinato all’approvvigionamento alimentare delle truppe romane di passaggio o stanziate nella zona. Oggi questo asse, avvicinandosi a Monza, non è più lineare.
Il secondo asse cusanese è quello corrispondente a Viale Matteotti e viale XXV Aprile di Cinisello. Esso collega il centro antico di Cusano con il centro di Cinisello intersecando la Valassina (oggi via Sormani) in corrispondenza del VI miliario della via consolare che da Milano conduceva fino a Licinii Forum, nei pressi di Erba (vedi sopra). E anche questo non può essere un caso.
Milano divenne romana all’inizio del II sec aC; all’epoca però aveva già almeno un paio di secoli di vita come villaggio fondato dai Galli Insubri. Per ipotizzare l’epoca di insediamento dei primi coloni a Cusano dobbiamo necessariamente ricorrere agli scarsi reperti trovati sul territorio (monete, cocci di anfore, una sepoltura, sarcofaghi): gli esperti stimano i più antichi tra la fine del I sec. aC e il I sec dC.
In conclusione, visto che possiamo contare su antiche indicazioni toponomastiche e su qualche reperto archeologico a supporto degli allineamenti riconoscibili, ci piace pensare che anche queste siano tracce che ci parlano dei nostri progenitori di un paio di millenni fa, anche se non possiamo mostrare le “maglie ortogonali” della centuriazione in senso stretto.
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